TLAVI

Tesoro dei Lessici degli
Antichi Volgari Italiani

Le fonti

  

Si presenta in questa sezione l’elenco dei repertori che costituiscono le fonti del TLAVI. Per ognuno dei repertori vengono date le seguenti informazioni:

a) il nome dell’editore e il rinvio bibliografico all’edizione;

b) la segnatura del codice che lo contiene e una sua breve descrizione;
c) il nome dell’autore e/o del copista (se noto/i);
d) la data di compilazione (se nota);
e) il tipo di volgare usato e alcuni suoi tratti salienti. 

Bisogna premettere che le schede descrittive dei repertori si basano principalmente sulle informazioni ricavabili dalle varie edizioni. Si è comunque cercato sempre di integrare con eventuali studi successivi.

Una precisazione sui criteri di trascrizione. Ci si attiene fedelmente alla trascrizione delle varie edizioni, che condividono in linea di massima gli stessi criteri editoriali, corrispondenti a quelli oggi abituali: distinzione tra u e v, inserimento dell’accento e dell’apostrofo e separazione delle parole secondo criteri moderni, uso della maiuscola iniziale con i nomi propri, ecc. Tuttavia, a fronte di alcune (benché minime) divergenze, sono stati fatti alcuni interventi di adattamento.

 

 

Glossario latino-volgare della Biblioteca di Padova (GBP)

Glossario latino-volgare di Cristiano da Camerino (GCC)

Glossarietto francese-veneto (GFV) 

Glossario italiano-arabico (GIA)

Glossario latino-bergamasco (GLB)

Glossario latino-bergamasco (GLBR)

Glossario latino-eugubino (GLE)

Glossarietto latino-padovano (GLP)

Glossario latino-reatino (GLR)

Glossario latino-sabino (GLS)

Glossario ligure al Tresor di Brunetto Latini (GLT)

Glossario latino-trentino (GLTZ) 

Glossario latino-veneto (GLV)

Glossario latino-velletrano (GLVG)

Glossario latino-volgare della Biblioteca comunale di Perugia (GLVP)

Glossario latino-volgare quattrocentesco (GLVQ)

Glossario provenzale-italiano (GPI)

Glossarietto tedesco-italiano (GTI)

Lessico latino-bergamasco (LLB)

Lemmario settentrionale di Carpentras (LSC)

Vocaboli volgari da un glossario latino di Bartolomeo Sachella (VBS)

Vocabula di Domenico d’Arezzo (VDA)

Volgarismi del Declarus di Senisio (VDS)

Vocabula di Goro d’Arezzo (VGA)

Vocabolarietto milanese-fiorentino (1) (VMFmil)

Vocabolarietto milanese-fiorentino (2) (VMFfio)

Vallilium di Nicola Valla (VNV)

Vocabolario quadrilingue latino-veneto-ceco-tedesco (VQK)

 

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Editore: Massimo Arcangeli (Arcangeli 1997).
Codice: 1329 della Biblioteca Universitaria di Padova. Si tratta di un piccolo codice in quarto di unica mano – ad eccezione di alcuni interventi correttori posteriori alla prima redazione – prodotto in ambito monastico, più precisamente in quello benedettino della congregazione “de unitate” originata dall’attività riformatrice di Ludovico Barbo, dal 1408 abate del monastero di S. Giustina di Padova e poi vescovo di Trieste.
Autore: anonimo. Il copista è molto probabilmente un monaco del monastero di S. Giorgio Maggiore, secondo quanto suggerito dalla nota di possesso a c. 182v: al monastero veneziano il codice è infatti appartenuto nella sua fase più antica. 
Datazione: manca una data di stesura del glossario; il manoscritto è attribuito al periodo 1435-60 sulla base del tipo di scrittura, una semigotica libraria corsiveggiante. L’analisi della filigrana suggerisce una data più vicina al secondo termine cronologico individuato.
Volgare: il volgare presenta una «duplice matrice lomb. e ven. (più lomb. che ven. e con qualche sottile nervatura lig.)» (Arcangeli 1997: 42). Come suggerito dall’editore, una localizzazione più precisa risulta impossibile a causa dell’accentuata mescidanza linguistica, da attribuire a un accavallamento delle fonti volgari «ad un ramo alto della tradizione e con successivi interventi interpolatori» (ibid.). Tuttavia, alcuni tratti fonomorfologici autorizzano l’assegnazione del volgare a un’area precisa: ad esempio, l’esito -ARĬU>-aro («schiettamente padov[ano]», ivi, p. 72) in azaro ‘acciaio’, caligaro ‘calzolaio’, ferraro ‘fabbro’, manara ‘mannaia’, muraro ‘muratore’, portenaro, tavernaro, ecc. Si registrano poi i tipici tratti settentrionali, per citarne solo alcuni, dell’indebolimento generalizzato delle doppie intervocaliche: apichare ‘appendere’, amorbare, becho ‘capro’, Luca ‘Lucca’, vacha; della sonorizzazione delle consonanti intervocaliche: dido, durada, fiada ‘fiata, volta’, lado (ma tante sono le alternanze: spada vs. spata, padella vs. patella, ecc.); dello sviluppo di affricata dentale sonora da [j] iniziale e intervocalica e da nesso di cons. + [j]: zudicare, zudice, zurare, mazore, pezoresperzurare.
 
 
Editore: Andrea Bocchi (Bocchi 2012).
Codice: il glossario, “ad attestazione plurima
 (Bocchi 2005), è trasmesso da cinque testimoni, nessuno dei quali coincidente con l’originale perduto (Bocchi 2012: 13). Inoltre, «[n]essun testimone appare descritto da un altro» (ivi, p. 14). I codici che contengono i testimoni sono i seguenti (la siglatura riprende quella usata dall’editore; per una descrizione dettagliata di ciascuno testimone, rimandiamo a ivi, pp. 465 sgg.):
As: cod. 660 della Biblioteca Comunale di Assisi. È un codice cartaceo contenente, fra le altre cose, trattati e note di argomento grammaticale, un trattatello ortografico e (alle cc. 222r-229v) un vocabolario alfabetico latino-volgare. Il glossario occupa le cc. 82r-96v;
Fa: cod. 166 della Biblioteca Comunale di Fabriano. È un codice cartaceo che contiene diverse sezioni di argomento grammaticale (tra cui una Grammatica dello stesso Cristiano). Il glossario è alle cc. 143r-156r;
Fe: cod. 121 (4-E-6) della Biblioteca Comunale di Fermo. Il codice (cartaceo) contiene, oltre al glossario di Cristiano (cc. 1r-120v), soprattutto epitaffi e versi latini;
Fi: codice Magliabechiano I, 72 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Il codice, cartaceo, è quasi interamente occupato dal glossario (cc. 1r-80r);
Lo: cod. Additional 22356 della British Library (Londra). Il codice è cartaceo: fra i vari contenuti, figurano trattatelli grammaticali, ricette e lettere. Il glossario si trova alle cc. 133r-140v e 145r-162v. Vanno segnalate le aggiunte di una mano secondaria (anche al glossario).
Autore: As e Lo tacciono a riguardo. Fe indica in Marco Antonio di Firenze colui che edidit il glossario: ma tale attribuzione non è plausibile per la datazione tarda di questo testimone (il verbo edidit, allora, come osserva Bocchi [2012: 9-10], «si riferirebbe [...] alla rielaborazione e al conseguente riordinamento oppure alla semplice trascrizione del testo»). Per Fi è ser Gherardo di Giovanni Casoli di Arezzo ad aver scritto (scripta per manum) il codice: l’attribuzione è però improbabile per alcuni elementi intrinseci al testo, in primis le divergenze, rispetto agli altri testimoni, nel
lordinamento lemmatico. Allo stato attuale delle conoscenze, più probabile è l’attribuzione al magister e grammatico Cristiano di Nanzio da Camerino (sul quale si veda ivi, pp. 10-12), sia perché Fa, che cita esplicitamene Cristiano all’inizio, è il più antico dei testimoni, sia perché nello stesso manoscritto al glossario – secondo una consuetudine testuale non infrequente all’epoca nel settore della trattatistica scolastica legata all’insegnamento del latino – si accompagna una Grammatica dello stesso Cristiano (vd. supra).
Datazione: il glossario deve essere stato composto alla fine del XIV secolo. Per quanto riguarda i singoli testimoni, As e Fa sono attribuiti all’inizio del XV secolo, Lo alla fine dello stesso secolo, Fe e Fi più genericamente al XV secolo.
Volgare:
As: «Il quadro offerto da As non è univoco [...]. [I]nteressante la tendenza all’apertura di I e U toniche [deto, matregna, ecc.; moscolo, trabocco, ecc.: n. d. A.], che, in connessione con la moderata propensione alla sonorizzazione delle occlusive intervocaliche [deligato, piegora, sega, ecc.; medal, parentado, scudella, ecc.], con l’esito – non univoco – in affricata dentale di -CJ- [catenazo, guanza, manza, ecc.; n. d. A.] e con quello in semivocale di -LJ- [germoio, paia ‘paglia’, paiarolo, ecc.: n. d. A.], lascia pensare almeno ad una ultima mano settentrionale, in particolare emiliana o romagnola. È notevole l'incostanza dell’influsso toscano riguardo al dittongamento non condizionato, al trattamento delle atone e dei suffissi -ARIU(M) e -ORIU(M); particolarmente significativa, perché non soggetta a influenze colte o imitazione cosciente, [...] sembra la tendenza allo scempiamento delle occlusive prima dell’accento [brutezza, ma brutto, deriteza, ma dritto, graseza, ma grasso, ecc.: n. d. A.], attivo verso sud fino alla valle del Tevere. È probabile che nella fisionomia linguistica di As abbiano influito successive copie, l’ultima delle quali eseguita da un parlante settentrionale, forse romagnolo, su un fondo probabilmente marchigiano settentrionale» (Bocchi 2012: 487).
Fa: «il tratto più significativo del vocalismo di Fa è senza dubbio la compresenza di esempi di chiusura metafonetica delle vocali medio-alte [capili, rimi, curto, giuveni, ecc.: n. d. A.] e di dittongazione incondizionata, anche in sillaba chiusa, delle medio-basse [derieto, memuoria, mielça, pestolientia, ecc.: n. d. A.]» (ivi, p. 505). «Un altro tratto significativo è la saldezza delle finali» (ivi, 506). «Gli esiti -aio e -uio da -ARIU(M) e -ORIU(M) [caldaio, calçaio, granaio, bevetuio, metetuio, scacciatuio, ecc.: n. d. A.], l’uno maggioritario sul concorrente -aro, l’altro univocamente attestato, depongono per una localizzazione verso il versante umbro dell’A[pp]ennino [...], data la prevalenza di -aro in testi antichi marchigiani» (ibid.). Questi e altri tratti linguistici riscontrati in questo testimone (per cui si si veda ivi, pp. 505-506) rimandano a «un’area piuttosto ristretta, compresa grosso modo tra Norcia, Foligno, Camerino e Fabriano» (ibid.).
Fe: nonostante si dichiari in esergo l’intervento sul testo del maestro fiorentino Marco Antonio, non si rilevano tratti fiorentini significativi (quali gli esiti -aio da -ARIU(M) e l’anafonesi). «[C]omplessivamente la localizzazione più probabile sembra [...] quella maceratese» (ivi, p. 525): per i tratti più notevoli in questo senso si rimanda a ivi, pp. 125-126.
Fi: in questo testimone sono compresenti «i tratti distintivi delle varietà toscane orientali, e in particolare del gruppo aretino-castellano, e alcuni elementi tipici del toscano centrale; tra i secondi i più notevoli sono la sia pur limitata propensione all’anafonesi, la forma due e la generalizzazione di -évole, mentre di minor significato sono dopo, e l’assenza di -er-> -ar- negli infiniti sdruccioli [...]. Tra i tratti caratterizzanti della zona toscana orientale e alto-tiberina sono [...] il dittongo in piecore [...] e in altre voci sdrucciole, alcuni casi di apertura di I, U in é, ó [deto, melça, ecc.: n. d. A.], la propensione alla chiusura dei dittonghi ie, uo, in i, u [pineçça, lugo, ecc.: n. d. A.], la i protonica in gillosia [...] e gilloso, litame, la renitenza a -ar-> -er- fuori d’accento [bucarone, çafarano, ecc.: n. d. A.], [...] la tendenza ad estendere la sincope vocalica tra r e consonante [corgiato, orfo, ecc.: n. d. A.], l’uso del suffisso -ieri [balestrieri, cavalieri, ecc.: n. d. A.], la sorda in aco e laco, la palatalizzazione di -NN- e -LL- davanti ad -I [stamengna, tingnola, cavagli, frategli, ecc.: n. d. A.], la generalizzazione di -ade [ansietade, citade, ecc.: n. d. A.], la frequenza di dissimilazioni di -mm- in -mb- [fiamba, gombito, ecc.: n. d. A.]; inoltre singole voci come caulo [...], paina [...], umo [...], voito [...]» (ivi, p. 544).
Lo: «La localizzazione di Lo è facilitata dai numerosi riferimenti del codice al monastero olivetano di Castell’Arquato, oggi in provincia di Piacenza. A parte caratteri genericamente settentrionali quale l’incerta rappresentazione delle geminate e la tendenza alle sonore intervocaliche [cadenazo, roda, fogo, medigo, ecc.: n. d. A.], non sconvengono ad una localizzazione emiliana la tendenza alla caduta delle atone in posizione iniziale, interna e soprattutto finale [balcon, pulmon, ecc.: n. d. A.], con la reintegrazione (certo solo grafica nella maggior parte dei casi) di -o [azalo, bestiamo, pesso, ecc.: n. d. A.], la limitata incidenza del dittongo, [...] l’esito di J- in affricata dentale [mazerana ‘maggiorana’, ecc.: n. d. A.]» (ivi, 574-575), ecc. «Per l’Emilia occidentale e in particolare per il piacentino depongono sia tratti di diffusione locale come la limitata propensione all’anafonesi, -ONE > -um in rusumo e storium e pi- da PLI- in piga e derivati [,] sia scelte lessicali [...] nettamente caratterizzate in senso lombardo» (ivi, 575).
 
 
Editore: Ignazio Baldelli (Baldelli 1962/1988)
Codice: 2511 della Biblioteca dell’Arsenale di Parigi, dell’inizio del XIV secolo, proveniente dall’Italia e vergato da mano italiana. Il codice contiene il Régime du corps di Aldobrandino da Siena: il glossarietto, alla c. 3v, è stato redatto per servire alla lettura e interpretazione del trattato di dietetica e igiene opera di Aldobrandino. Punteggiano il testo numerose glosse – di mano diversa da quella del glossarietto – che traducono nomi di pianta o di frutto. Il codice conserva anche una ricetta (c. 86v) e un proverbio (c. 87r). 
Autore: anonimo.
Datazione: inizio del XIV secolo.
Volgare: i lemmi francesi sono tradotti in un volgare veneto: di ciò offrono attestazione, in particolare, la metafonesi da -i: quisti (3), ma questo (1); la conservazione del dittongo: auca, paraule; la sonorizzazione (non sempre operante) delle intervocaliche: blede, cogumari, logo, pegora, ecc., ma perseqe e sputa; l’identità di forma delle terze persone singolari e plurali: nase (“cogumari longi que nase on alcun logo”). La comparazione del glossarietto con le glosse che figurano lungo il trattato permette di ravvisare alcune opposizioni lessicali indicanti una maggiore “occidentalità” del primo rispetto alle seconde: frage, niçole e splegna, presenti nel glossarietto, sono forme più occidentali – Baldelli si fa forte dei dati offerti dall’AIS e dai vocabolari dialettali afferenti a quell’area – dei corrispondenti fragolenoxelle e splença, presi dal piccolo manipolo di glosse raccolte sempre da Baldelli (ivi, pp. 166-168). Nondimeno, «[il testo] resist[e] a tentativi di localizzazione più precisa, anche per la [sua] evidente tendenza a un linguaggio piuttosto ibrido, in cui sentiamo la pressione di forme d’uso letterario» (ibid.). Istruttiva è a proposito, come argomenta ed esemplifica lo studioso, l’alternanza di aigua e aqua.

 
 
Editore: Emilio Teza (Teza 1893).
Codice: Pal. 951 della Biblioteca Nazionale di Firenze, di scrittura corsiva e opera di due mani diverse. Il glossario occupa lo spazio da c. 70r a c. 71r. Fra i vari altri contenuti, più degno di attenzione è la Breve Informazione di Bartolomeo Caracciolo (detto Carafa), un resoconto delle principali vicende del Regno dagli Stati prenormanni all’avvento degli Angioini: il testo è noto per essere confluito nella celebre Cronaca di Partenope, di cui costituisce la II parte. Le restanti scritture in volgare sono memorie sparse di avvenimenti pubblici napoletani (di mano di Luigi Petazza), ricette (alcune alchemiche), un espediente per recuperare il furto e uno scongiuro contro i vermi.
Autore: anonimo. Il secondo dei due copisti riconosciuti dichiara a c. 110 la propria identità: “Luigi Petazza di Napoli”.  
Datazione: non si hanno indicazioni sulla data di composizione. Delle due mani che hanno copiato il codice, una è degli ultimi anni del Trecento, l’altra (quella che ha trascritto anche il glossario) dell’inizio del Quattrocento. Vanno assunti questi come termini cronologici per la redazione del glossario.
Volgare: il volgare riprodotto, detratti i non pochi elementi latineggianti e toscaneggianti, esibisce alcuni tratti del tipo napoletano: farebbe fede la presenza di forme con dittongamento [je] < Ĕ determinato dall’azione della metafonesi: ne offrono attestazione cortiello, diente, fierro, stierco, ecc. Più problematica, nello stesso senso, è la valutazione di forme come argiento e auciello, in cui, data la presenza di una palatale prima della tonica, è plausibile considerare cie e gie semplici varianti grafiche di ce e ge.

 

 

Editore: J. Etienne Lorck (Lorck 1893, 95-163).
Codice: 534 della Biblioteca Universitaria di Padova, cartaceo con alcuni fogli membranacei e scrittura a più mani. Il glossario occupa le sezioni 23r-52r e 55r-66v (tra le due trova spazio una serie di componimenti sacri). Oltre al glossario, sono conservati nello stesso manoscritto una raccolta di sinonimi e omonimi ciceroniani (1-22r), un trattatello ortografico (67-75) e un altro di epistolografia (75-80).
Autore: anonimo.
Datazione: XV sec.
Volgare: bergamasco abbastanza marcato; una prima spia è di natura morfosintattica: abbiamo infatti sempre l’articolo ol (cfr. con quanto si dice a proposito di LLB, infra). Si rilevano poi, sul piano fonomorfologico, i tipici tratti settentrionali: lo scempiamento delle doppie intervocaliche: dona, gratar, spala (ma spalla: non si tratta della sola eccezione); la sonorizzazione delle sorde intervocaliche: antiga, marid, ecc.; la caduta della vocale finale: dent, pel ‘pelle’, tos ‘tosse’, ecc.; lo sviluppo dell’affricata sonora sia da semiconsonante palatale come in mazoranazoven ‘giovane’, zovena f.‘id.’, sia da affricata prepalatale come in coreza correggia’, zinog ‘ginocchio’, ecc., e di affricata sorda da -CJ- in vinaza, vinazol, ecc. Tipici del bergamasco la palatalizzazione da -CT- in peg ‘petto’ e teg ‘tetto’ e lo sviluppo di una vocale epentetica entro il nesso -RN venutosi a trovare esposto in finale: caren e foren ‘forno’.
 
 
 
Editore: Marco Robecchi (Robecchi 2013).
Codice: MAB 29 della Civica Biblioteca Angelo Mai di Bergamo. È un codice cartaceo, trecentesco, di 92 cc. Il glossario occupa le cc. 1r-6v. Gli altri contenuti sono un iudicium astrologie sulla situazione italiana, e lombarda nello specifico, il cui autore è un certo Johannes de Legniano; un commento ai Disticha Catonis di Fra’ Giselberto da Bergamo; una leggenda di San Gerolamo in volgare.
Autore: anonimo.
Datazione: anni ’60 del XIV secolo (cfr. Robecchi 2013: 92).
Volgare: bergamasco abbastanza genuino (ma alcuni tratti sono condivisi dal bresciano): si notano, fra gli altri, la presenza di -e- anaptittica in forme quali pader, mader, ecc.; la conservazione dei nessi PL, BL, FL: blava, flum, ecc.; il dileguo di -n finale dopo vocale accentata: cordó, rampì, ecc.; lo sviluppo di -CT- in unaffricata alveopalatale sorda: pegioral, teg; ecc.
 

 

 

 

 

Editore: Maria Teresa Navarro Salazar (Navarro Salazar 1985).
Codice: A,4,5 della Biblioteca del Real Seminario de San Carlos (Saragozza). Questo codice miscellaneo consta di 133 carte, di cui ben 73 riservate, oltre che alla trattazione di aspetti morfosintattici della lingua latina, a una serie di lessici latini (tra cui si trova anche il nostro glossario, da 61r a 86r), con il compito di dare ai discenti le necessarie informazioni lessicali. Lo spazio restante comprende contenuti vari: scritti a carattere religioso (sacramenti, un alleluia, un’orazione funebre, una predica), modelli di lettere e documenti professionali a uso e consumo dei tirocinanti nella professione notarile e in quella mercantile, quattro liriche petrarchesche, l’introduzione del Lucidario, ecc. 
Autore: Ugovino Angeli. Fu magister e console del quartiere di S. Martino a Gubbio.
Datazione: la composizione di GLE risale alla prima metà del Trecento, probabilmente al suo secondo venticinquennio (periodo di tempo durante il quale Ugovino ricoprì la carica di console a S. Martino). Il codice è invece poco più tardo: il termine a quo è individuato da Navarro Salazar in alcuni anni prima del 1364 (anno in cui, stando a Briquet, si interrompe la fabbricazione della carta che ha come filigrana una colonna semplice con capitello dorico) e quello ad quem nel 1418 (in base alla tavola cronologica a c. 70v che riporta il calendario di tale anno).
Volgare: la curatrice dell’edizione, per quanto attiene alla sostanza linguistica degli interpretamenta, assegna il volgare al tipo umbro settentrionale. All’assegnazione a tale area congiurano alcuni tratti: fra di essi quello, in absentia, della mancata palatalizzazione di [a] (con l’eccezione di fieto ‘fiato’), fenomeno che oggi interessa un’area che copre parte dell’Umbria settentrionale e della Toscana orientale: nell’eugubino medievale non si danno invece tracce del fenomeno. Un altro tratto è quello, in praesentia, del dittongamento non metafonetico (tale perché si realizza a prescindere dal tipo di vocale finale) di [ε], a testimonianza del quale abbiamo le seguenti forme: ceriesca ‘ciliegia’, cielo, diece, pieco, piei e pieie ‘piedi’, schiera, siero, ecc.: questo tipo di dittongamento «è simile a quello che troviamo a Perugia lungo tutto il Trecento» (Navarro Salazar 1985: 67).
 
 
 
 
Editore: Massimo Arcangeli (Arcangeli 1992: 202-204). 
Codice: 1291 della Biblioteca Universitaria di Padova. Il glossario occupa una sola carta (185r) all’interno della sezione cartacea, quattrocentesca, preceduta da un’altra sezione (cc. 1-44), su pergamena e in gotica, del secolo precedente. Le 258 carte del codice accolgono i contenuti più svariati (ma preponderano quelli di carattere grammaticale-retorico e religioso), fra i quali meritano di essere segnalati l’Ars Grammatica di Donato Elio (cc. 69-78), i Carmina differentialia di Guarino Veronese (cc. 80-85), l’Ortographia di Vittorino da Feltre (cc. 135-155), una Passio Domini Nostri Jesu Christi in esametri di Adamo Montaldo (cc. 157-171), una lauda di Gregorio da Tiferno (cc. 171-172).       
Autore: anonimo.
Datazione: il codice risale alla seconda metà del XV secolo: tra i vari autori citati nel manoscritto, il più tardo risulta essere Adamo Montaldo, nato nel quarto decennio del XV secolo e morto nel 1494.
Volgare: la parte volgare mostra un’ascendenza settentrionale e segnatamente veneta. La provenienza del codice dal convento di S. Francesco da Padova da sola non motiverebbe un’attribuzione del glossario all’area padovana: a sostegno di una “padovanità” del volgare, nonostante la ridottissima estensione del glossario e quindi del numero di volgarismi atti a fungere da indicatori, abbiamo comunque più di una voce: aio, gardelino, mantelo, muradore, seno, zupone, ecc.; queste sono indicative, più che per gli scempiamenti e le sonorizzazioni consonantiche (tratti genericamente settentrionali), per la mancata caduta delle vocali finali: «[l]e vocali atone finali sono piuttosto salde nel veneziano, mentre nelle varietà venete di terraferma prevale una tendenza indiscriminata al troncamento di tipo «lombardo» (tranne che nel padovano, che è la varietà in assoluto più conservativa» (Casapullo 1999: 299; corsivo nostro)
 
 
 
Editore: Ignazio Baldelli (Baldelli 1953/1971).
Codice: 631 (I. 25) della Biblioteca Comunale di Perugia. In questo manoscritto miscellaneo umanistico, oltre al glossario (che si trova fra c. 58r e c. 90r) troviamo epigrafi, composizioni di umanisti quattrocenteschi (il Pontano, il Campano e il Panormita), un trattato di metrica e una serie di regole utili per la lettura di epigrafi.
Autore: il codice è autografo di Giovanni Battista Valentini, detto “il Cantalicio” (perché nato a Cantalice, in provincia di Rieti).
Datazione: la presenza degli epigrammi di Giovanni Pontano contro Alessandro VI permettono di far risalire la confezione del codice a una data compresa fra il 1491, anno in cui il Cantalicio terminò a Viterbo la sua grammatica, e il marzo 1493, quando la pubblicò per la prima volta a Venezia. 
Volgare: «[l]e […] voci traducenti», asserisce Baldelli (1953/1971: 199-200), «ci offrono un volgare quanto mai locale: […] nel glossario il volgare è al servizio del latino e il compilatore non si è posto nessun problema di koinè o di aulicizzazione». Sul versante fonetico spicca la metafonesi di tipo sabino; la chiusura di [ε] e [ɔ] con finale Ĭ, Ŭ non è indicata, ma può essere postulata poiché la forma dittongata non è mai annotata. Le forme metafonetiche indicate sono soltanto quelle da [e] e [o] con finale Ĭ, Ŭ: banchictocapillo, capistiro capisteoioppicto ‘giubbetto’, lignomagistropistillo, sacchicto, ecc.; bastuni, lumbo, piumbo, scacciaturo, stuppuro, temperaturo, turdo, ecc. A marcare diatopicamente il volgare del glossario prende parte anche il fenomeno dell’assimilazione dei nessi consonantici -ld-, -mb-, -nd-, rispettivamente in -ll-, -mm-, -nn-: callaro, gamma, strummulo, venne, vinno ‘vendono’, ecc.
  
 
 
Editore: Ugo Vignuzzi (Vignuzzi 1984).
Codice: Vittorio Emanuele 587 della Biblioteca Nazionale di Roma. Si tratta di un manufatto di epoca umanistica, di un centinaio di carte circa, caratterizzato da un notevole, per usare le parole di Vignuzzi, «polimorfismo contenutistico» (ivi, p. 7): ci sono brani di alta poesia latina, sia classica che umanistica; numerosi excerpta da autori classici e postclassici; un sonetto morale; brani di prosa volgare alta (uno Sponsalitium vulgare e un Matrimonium vulgare); diversi glossari latino-volgari; alcuni scongiuri latini e volgari; una serie di conti di spese, soprattutto per acquisti di terre e per soccide di capre. Il lemmario occupa lo spazio da c. 79r a c. 85r (oggetto dell’edizione di Vignuzzi sono, oltre al glossario latino-volgare accolto tra le fonti del TLAVI, un frasario volgare con equivalente latino [cc. 55r-62r e 63r-68r], un lemmario latino-volgare di sole forme avverbiali [cc. 92r-94v) e un “Libro di conti” [cc. 87 e 94v-98r]).
Autore: il ms. (e, si può dedurre, il glossario) è, con l’eccezione di poche carte, della mano di Iacopo Ursello, maestro di scuola e notaio di Roccantica (Rieti).
Datazione: nell’assenza di indicazioni “interne” ai tre glossari, Vignuzzi si è affidato a una serie di deduzioni “esterne”, che lo hanno portato a individuare nel 1497 il termine ultimo per la copiatura (anche compilazione?) del glossario e in generale di tutti i testi fino a c. 84v.
Volgare: il volgare di Iacopo Ursello rientra nel tipo sabino: «i riscontri da un lato con il “Glossario latino-reatino”, talora ad verbum, e per altro verso con i dialetti moderni non solo a Rieti ma di Ascrea (e Paganico), Palombara e Mompeo, a pochi km da Roccantica […], e poi ancora Leonessa, fino a Preta (e ad Amatrice), sono tali e tanti – dalla fonologia, morfologia e lessico – che non lasciano spazio a supposizioni diverse» (Vignuzzi 1984: 23). La presenza dello schema metafonetico di tipo sabino è la testimonianza più lampante: sul versante palatale, pennichio, piso, rimo, venino ‘veleno’; sul versante velare, iunco, iuncu, mucci (del naso), mundo. Nondimeno, il sabino di Iacopo non sfugge agli influssi esterni esercitati in primis dal volgare coevo di Roma (e, ma solo in seconda battuta, dal modello toscano-letterario): un influsso che comunque, nota l’editore, «resta orientato verso quei livelli che con cognizione di causa [possono essere] definiti “medi” del continuum romano» (ivi, p. 24).
 
 
 
 
Editore: Alessandro Vitale Brovarone (Vitale Brovarone 2008).
Codice: fr. 1113 della Bibliothèque Nationale de France: uno dei tanti codici che conservano Li livres dou Tresor di Brunetto Latini. Il glossario occupa le prime carte.
Autore: anonimo.
Datazione: XIV secolo.
Volgare: per quanto concerne la facies linguistica, sconfessando quanto sostenuto a suo tempo da Carmody (1948/1988), che aveva visto nel volgare del glossario fattezze piemontesi, Vitale Brovarone è dell’avviso che a tradurre il francese sia invece un volgare con «una base orientale [ligure] sulla quale premono differentemente varietà ‘illustri’, come il latino, il francese e il genovese» (Vitale Brovarone 2008: 68). Spingono a un’attribuzione in tal senso fatti grafici quali -ih- per l’affricata in ceriho ‘cerchio’, e il plurale -oi (< -ONES) in coioi ‘coglioni’ e (< -ORES) in antecesoi antecessori. Un altro indizio è dato dall’indebolimento fino al dileguo delle dentali intervocaliche, come in batezao, delichaa, inganao, sabao. Allorché, però, «si cercasse di attribuire le voci a una più precisa area ci si troverebbe in difficoltà» (ibid.). Mentre, infatti, alcune di esse vanno assegnate senz’altro alla zona orientale (prima fra tutte nastreg[.] < LASTRICU e dotoze ‘dodici’), altre, come la già vista forma coioi (riscontrata anche nel genovese antico, e quindi non è da escludere l’influenza del modello illustre), e palatalizzazioni come in taià ‘tagliare’ portano a occidente.
 
 
 
 
Editore: Wolfram von Zingerle (Zingerle 1900).
Codice: due quaderni di 21 e 12 fogli (segnatura C. 68 n. 226), in quarto, dell’Archivio di Stato di Innsbruck. Il primo quaderno contiene registrazioni relative all’economia domestica (interessi, debiti), risalenti agli anni 1400-1406; della stessa e di altre mani alcune postille del 1408, 1414, 1417 e 1423. Il secondo è un quaderno di scuola dello stesso periodo. Il glossario si trova alle cc. 1v e 2r. Una lettera (tratta probabilmente da un formulario) e una passione occupano rispettivamente c. 3r e cc. 5v e 6r.
Autore: probabilmente Nicolaus von Campo, studente di latino.
Datazione: primo quarto del XV secolo.
Volgare: si tratta di «altvenezianische» e «altveronesische» (Zingerle 1900, 394). Si rilevano fenomeni fonetici genericamente settentrionali: la sonorizzazione delle sorde intervocaliche, come in seda; lo scempiamento delle doppie intervocaliche, come in boca e leto; la spirantizzazione della bilabiale, come in cavo e caveil ‘capello’. Riconduce al veronese soprattutto l’o finale in dento, melo ‘miele’ e vermo.
 
 
 
 
Editore: Riccardo Gualdo (Gualdo 1997).
Codice: V C II della Biblioteca Nazionale di Napoli. Il glossario è conservato alle cc. 14-16. Per il resto si rintracciano dei Synonima di uno pseudo-Cicerone, due commenti anonimi a Cicerone, uno scritto di Antonio Loschi e un’operetta di ortografia con versi mnemonici attribuita (erroneamente) a Gasparino Barzizza.            
Autore: l’identità dell’autore è ignota. Il copista (pare l’unico) del codice è Giovanni da Vernonaria.
Datazione: prima metà del XV secolo (il manoscritto è stato esemplato a Vicenza nel 1450).
Volgare: il volgare mostra i tipici segni della «koinè padana cancelleresca di pieno Quattrocento, non sufficientemente caratterizzata per fissarne una precisa collocazione geografica, sebbene alcuni tratti portino più verso l’area veneta, e in particolare verso Venezia, che verso quella lombarda; ai dialetti veneti di terraferma (e specificamente all’area vicentino-polesana o veronese) più che al veneziano conducono invece alcuni elementi lessicali» (Gualdo 1997: 191). Oltre al consueto sviluppo sonoro (batidura, cadino, fiado, fogo) o scempio delle consonanti intervocaliche (cusinelo, gropa, police), sono rappresentativi dell’area padana gli esiti dei nessi delle palatali: affricata alveolare sorda per i nessi di occlusiva sorda + [j]: cazar, panziera, rizo, solazevole; affricata alveolare sonora nei nessi con G/DJ + [j], in posizione iniziale e interna: zago (< DIACONUS), zinochiodrazo (< DERADIARE) ‘crivello, setaccio’, foza (< *FODIA [vd. ivi, 213-4]) ‘foggia’, liziero, manzador. Gli elementi lessicali che conducono più propriamente al Veronese e al Vicentino (più che a Padova e Venezia) sono per l’editore beroso ‘riccioluto’, cescendelo ‘lampada’, copo ‘catino’, drazo ‘setaccio’, frixo ‘fregio’, gratacaxola ‘grattugia’, miolo ‘bicchiere’, palpiere ‘palpebre’, pergolo ‘pulpito’, semeda ‘semita (arc.), sentiero, viottolo’, somassa ‘pavimento’.
 
 
 
 
Editore: Valentina Giuliani (Giuliani 20102) 
Codice: IN. III-19 del Fondo Antico della Biblioteca di Velletri. Consiste in un quaderno di scuola appartenuto a Domenico Gallinella, allievo del maestro veliterno Antonio Mancinelli: raccoglie le lezioni tenute dal magister e gli esercizi svolti dal discepolo tra il 1485 e il 1486 nella sua attività di studio e di ripasso individuale. Il glossario è conservato nelle cc. 62-84. Accompagnano il lemmario altri contenuti, fra cui una parte delle Regulae Constructionis di Mancinelli (cc. 1-11, a stampa); una serie di paradigmi verbali e avverbi di luogo estratti dalle Regulae Constructionis (cc. 12-29, manoscritte); una versione del cantare di Florio e Biancifiore (cc. 37-51, manoscritte); e ancora una poesia, brevi sequenze latine, passi ciceroniani, ecc.
Autore: Domenico Gallinella.
Datazione: 1486. 
Volgare: nel volgare delle glosse coabitano municipalismi, esiti non strettamente locali e latineggiamenti. Il volgare ha subito un livellamento sopradialettale in direzione della varietà sociolinguisticamente medio-alta agente nell’area in questione, ovvero il romanesco in via di toscanizzazione (e quindi di “smeridionalizzazione”). Ci sono probabilmente ragioni didattiche alla base: di fronte all’eterogeneità delle abitudini dialettali dei propri allievi, provenienti da centri diversi, il magister Mancinelli deve aver deciso di adottare, come lingua per tradurre il latino, una sorta di varietà “media”, comunque aperta al registro informale e familiare. Nel volgare dello zibaldoncino di Gallinella si ritrovano i seguenti tratti genericamente centro-meridionali: il mancato dittongamento spontaneo di [ε] e [ɔ]: pedi, omofoco, ecc.; la mancata anafonesi: lengua, longa, ponga, ecc.; il mancato passaggio da [j] a [ʤ]: jardino, Jove, juramento, ecc.; la conservazione di e atona: delluvio, nepote, ecc.; la conservazione del nesso -ar-: maccaroni, mascarato, ecc.; la conservazione delle occlusive sorde intervocaliche: matre, patre, scuto, ecc.; gli scambi tra [b] e [v]: vastardo, vevono, vove, ecc.; l’assimilazione progressiva di -nd- in -nn-, di -mb- in -mm- e di e -ld- in -ll-: janna ‘ghianda’, cammone ‘gambone’, callarello ‘caldarello’, ecc.; l’affricazione della sibilante dopo liquida e nasale: falza, falzo, ecc.; la riduzione del nesso [rj] a [r]: coro, ecc.; l’epitesi di -ne: ène; i plurali neutri in -a e -ora: bodella, laboravascella, ecc.; il numerale doi.
 
 
 
 
Editore: Carla Gambacorta (Gambacorta 2007).
Codice: B 56 della Biblioteca Comunale Augusta di Perugia. Il glossario si trova alle cc. 92v-96r. I testi accolti nel manoscritto sono perlopiù di natura grammaticale: tra di essi, il Doctrinale di Alessandro Villadei e un’ars dictaminis di Giovanni di Bonandrea di Bologna.
Autore: anonimo.
Datazione: inizio del XV secolo.
Volgare: riguardo alla provenienza geolinguistica delle glosse volgari, leditrice si colloca sulla stessa linea di Baldelli: «il testo – pur essendo essenzialmente molto prossimo alla norma toscana – è da attribuirsi all’area emiliana» (Baldelli 1960/1988: 154). Confortano questa attribuzione, oltre al più spiccato tratto anti-fiorentino, ovvero l’assenza dell’anafonesi (in streglia, che però è l’unica forma che avrebbe potuto presentare il passaggio anafonetico della tonica), una ben rappresentata sonorizzazione delle occlusive sorde intervocaliche latine ben al di là della norma toscana: cevolla, chioga ‘cloaca’, duge, fatiga, galavaron ‘calabrone’, ecc.; lo scempiamento delle consonanti intervocaliche, segnalato graficamente non solo per corrispondenza alla realtà fonetica ma probabilmente anche per ossequio al modello latino: cativo, catolico, ligiadro, sepelire, vilania; l’assibilazione: lezero, formazo, manzare, marzo ‘marcio’.
 
 
 
  
Editore: Luigi Vignali (Vignali 2001). 
Codice: Parm. 1441 della Biblioteca Palatina di Parma. È un codice quattrocentesco di 107 cc., cartaceo e in ottavo. Oltre al glossario, posto all’inizio (cc. 1r-14r), sono presenti un’introduzione in latino che affronta aspetti grammaticali della lingua latina e il Doctrinale di Alessandro Villadei: il testo di questa nota grammatica latina medievale è disseminato di glosse laterali e interlineari e chiuso da una dichiarazione di lettura difficile e significato oscuro.
Autore: anonimo 
Datazione: XV secolo.
Volgare: l’anonimo estensore si rifà in modo evidente, ancorché parziale, al Vocabularium breve di Gasparino Barzizza. Quindi il colore linguistico dei traducenti volgari – a quanto risulta dall’esame fono-morfologico compiuto dall’editore (per le annotazioni linguistiche e un glossario dei vocaboli notevoli, si rimanda a Vignali [ivi, pp. 63 sgg.]) – è settentrionale, una volta fatta la tara di alcuni tratti non assegnabili allarea, come il non occasionale esito sordo dell’occlusiva intervocalica (capriolo, coretore ‘corridore, corridoio’, latucha) e i non pochi esiti vocalici dittongati (ceriesa, miedere, piedi, poliedro e poliedra). A favore di un’assegnazione allarea settentrionale ed emiliana depongono principalmente l’esito scempio delle consonanti intervocaliche: cità, faro, gato e gata, gropa, poro, saso, ecc.; la maggiore frequenza dell’esito sonoro, rispetto a quello sordo, dell’occlusiva scempia intervocalica: ava ‘ape’, ostrega ‘ostrica’, prado, sambugo, ecc.; l’assibilazione: ceriesa, nuse ‘noce’, piçollo e pizolo ‘piccolo’, scaravazo ‘scarafaggio’, ecc. Alcune altre presenze conducono in territorio bergamasco-bresciano, per la terminazione nominale in -ùn: castrun, maimun ‘mammone’, montun, struiun ‘storione’, ecc. (ma Rohlfs, osserva Vignali [ivi, p. 7], «la documenta in una zona ampia dell’Italia settentrionale»); in area veneta – e più precisamente padovana, seguendo Arcangeli (1997) (vd. la scheda di GBP, supra) –, per il suffisso -aro in nomi di piante: figaro, moraro, pomaro, peraro, ecc.;  in area bolognese-ferrarese, per le forme andavin ‘corridoio (all’interno delle mura)’ e arse ‘larice’ (Vignali 2001: 70-71).
 
 
 
 
Editore: Arrigo Castellani (Castellani (1958/1980).
Codice: Plut. 41, 42 della Laurenziana. Il codice è di 92 cc. a due colonne, di più mani italiane; conserva per lo più carmina di poeti provenzali (Rambaldo di Vaqueiras, Arnaut Daniel, Peire Vidal, Folchetto di Marsiglia e altri). Il glossario si trova alle cc. 78r-79r. 
Autore: l’ipotesi di Stengel (1872, 53) che Pietro Berzoli di Gubbio, vergatore del codice, sia anche l’autore del glossario è stata scartata da Castellani (1958/1980, 90-1): i caratteri linguistici del repertorio (vd. infra) raccomandano l’ipotesi di un’origine settentrionale del glossario, che prima di pervenire a Pietro Berzoli deve essere stato trascritto da un copista toscano, forse fiorentino.
Datazione: 1301-1310. Potrebbe però essere addirittura anteriore (ma è ragionevole presumere non di molto), visto che, come rimarcato da Castellani (ivi, p. 90, nota 2), la datazione proposta da Brunel (Bibliographie des manuscrits littéraires en ancien provençal, Paris, 1934, p. 184) chiude un quaternione scritto da un’altra mano che sembra essere stato aggiunto al manoscritto in seguito. 
Volgare: i volgarismi che traducono i lemmi provenzali (tratti dal Donat Proensal di Uc Faidit e da altri componimenti trobadorici) presentano tratti che portano da un lato alla Toscana, dall’altro all’Italia settentrionale. Se la i per e protonica e postonica non finale (bisognoso ‒ accanto a besognoso ‒, bisongna, di in filo di fera, ecc.) e -évole in luogo di -evile sono indice di toscanità (centrale, di Firenze, Siena, San Gimignano e Volterra), le forme nevote (masch.) e nezza (femm.) ‘nipote’, acavezare (tosc. accapezzare), asentare ‘sedersi’ spingono più su, a settentrione.
 
 
 
 
Editore: Emanuela Scarpa (Scarpa 1991).
Codice: Ottoboniano latino 3336 della Biblioteca Apostolica Vaticana. Oltre al glossarietto, alle cc. 138r-139r (in fondo al codice), sono conservati i primi ventitré conti della Fiorita di Armannino giudice (la trascrizione si interrompe al momento dell’incontro di Enea con Anchise nell’Oltretomba). 
Autore: anonimo.
Datazione: la mano che ha esemplato GTI è ascrivibile «agli ultimi anni del Trecento o all’inizio del secolo seguente» (ivi, p. 62).    
Volgare: i vocaboli e le brevi frasi in tedesco (un tedesco maccheronico riconducibile, approssimativamente, alla regione bavarese) sono trasposte in un volgare assegnabile all’area mediana (precisamente, al territorio di Marche, Umbria e Abruzzo; e «con particolare riguardo alle Marche, […] come sembra confermare anche la menzione, fra le monete, dell’acontano» [ivi, p. 74]): l’editrice ne ha cercato conferma raccogliendo, in forma di elenco (posizionato subito dopo la trascrizione del repertorio), un drappello di vocaboli geograficamente marcati (con tanto di rinvii bibliografici agli strumenti lessicografici e grammaticali che confermano lattribuzione): tra le forme più interessanti, centa ‘cintura’, golpe ‘volpe’, mademane ‘stamane’, mamata ‘tua madre’, preta ‘pietra’, sci ‘sei, sii’, taula ‘tavola’.
 
 
 
 
Editore: Gianfranco Contini (Contini 1934). 
Codice: AB 225 (Ψ. V. 11/5) della Civica Biblioteca Angelo Mai di Bergamo. Si tratta di un frammento cartaceo di 15 fogli. I primi cinque fogli contengono regole grammaticali spiegate con esempi. Negli altri dieci fogli, di cui il primo mutilo, trova spazio il lessico.
Autore: Antonio di Giovanni. 
Datazione: la datazione delle regole grammaticali dei prime cinque fogli è il 1429, ma non è detto che la stessa datazione valga anche per la composizione del glossario (che, nel caso, sarà comunque anteriore di poco).
Volgare: da una osservazione del volgare si ricavano innanzitutto i segni di una generica appartenenza all’area gallo-italica, dati dallo scempiamento delle doppie intervocaliche (copa, pena, scudela, ecc.), la sonorizzazione delle sorde intervocaliche (cadenaz, pegora, ecc.), lapocope (far ‘farro’, orz, polmó, ecc.); sempre settentrionale è l’esito di affricata dentale sorda in peliza ‘pelliccia’, vernaza, ecc. Un’indicazione per una caratterizzazione più circoscritta all’area lombarda proviene dal fenomeno dello sviluppo di vocale epentetica entro il nesso -rn finale: è prototipico il caso di coren ‘corno’ (nella stessa casistica rientrerà carem ‘carne’). Una serie di fatti che specificano meglio la fisionomia del volgare, nei suoi lineamenti bergamaschi (e anche bresciani, come nel primo dei casi seguenti): la conservazione dei nessi etimologici di consonante + l: blava ‘biada’, bledó ‘bietone’, flor, flum, ecc.; la palatalizzazione da -CT-: lag ‘latte’, leg ‘letto’; la caduta della nasale in formet ‘frumento’, guat ‘guanto’. Bresciano è l’articolo el, prevalente sull’articolo ol, tipico del bergamasco.
 
 
 
 
Editore: Maria Teresa Colotti (Colotti 1999 e 2000-2001). 
Codice: 642 della Biblioteca Inguimbertine di Carpentras. Il manoscritto, cartaceo e a più mani, conserva scritti di vario tipo (soprattutto di ambito religioso). Il glossario si estende per ben 131 cc. (113r-179r).
Autore: un tale Alduus è indicato da Du Cange (DC) come autore del manoscritto all’interno della definizione della voce aratilli.
Datazione: il manoscritto risale alla seconda metà del sec. XV. 
Volgare: come si ricava già dal titolo dei due articoli cui Colotti ha consegnato la sua edizione (solo parziale: il lemmario è stato edito fino alla lettera C), il volgare che traduce i lemmi latini è di tipo settentrionale. Come era stato accertato già da Baldelli (1960/1988: 155), che parlava di «materiale già largamente livellato» (nel senso di uno smussamento diffuso delle “sporgenze” più locali), il grado di dialettalità del volgare è piuttosto basso, soprattutto se rapportato alle condizioni linguistiche di altri repertori coevi: ciò che non rende possibile l’attribuzione del repertorio a una precisa area dialettale settentrionale. Numerose corrispondenze con GLB indurrebbero a considerare anche LSC (del quale GLB, nelle parole di Colotti [1999: 136] «rappresenta […] il coté [sic] dialettale») discendente da quel fondo nomenclatorio comune cui ha fatto riferimento Contini (1934: 225).
 
 
 
 
Editore: Augusto Marinoni (Marinoni 1962). 
Codice: AD XVI 20 della Braidense. Nella prima metà del codice, di 314 cc., sono raccolti in prevalenza testi volgari (frottole, sonetti, canzoni, preghiere, proverbi, ecc.), laddove nella seconda sono riuniti quasi solo testi latini. «L’ultimo gruppo di pagine sotto il curioso titolo Lucidina Sachelle raccoglie una lunga lista di sinonimi latini; quindi proseguendo col titolo Lucidina, ripetuto nel margine superiore di ogni pagina, ci dà una specie di glossario latino, senza ordine alfabetico, senza un modulo rigido; un glossario desunto da varie fonti e forse compilato leggendo i testi» (ivi, pp. 226-227). 
Autore: Bartolomeo Sachella, che così si presenta: «[s]um Bartholomei de Sachellis frotulista Mediolanensis» (il Sachella fu scrivano di Filippo Maria Visconti tra il 1440 e il 1447). 
Datazione: 1440-1447: «[c]redo sia possibile», ha appuntato Marinoni (ivi, p. 226), «circoscrivere i limiti cronologici [per l’attribuzione del glossario] entro uno spazio più ristretto [rispetto al periodo 1412-1447, durante il quale il Sachella prestò servizio presso Filippo Maria Visconti: N. d. A.] [,] rilevando le date poste in calce ad alcune poesie. Infatti a pag. 11v si legge: per Sachelam sexto junii 1446; a c. 12v: finis die 26 februarii mccccxlvij; a c. 13v finis per mccccxlvij die; a c. 70v per Sachelam die 23 oct. 1440. Poiché l’ordine attuale delle carte non è quello originario, non si può dire se le ultime da cui sono tolti gli estratti qui pubblicati, [sic] precedano o seguano cronologicamente quelle datate, ma probabilmente non si sbaglierà collocandole tra il 1440 e il 1447». 
Volgare: non essendo un gran conoscitore di latino, il Sachella si rivolge spesso in sede di glossa al più familiare volgare lombardo. Non mancano però i tentativi dell’autore di camuffare il volgarismo ricorrendo a una desinenza latina (garavronus ‘calabrone’, tuonus ‘palombo’). Il lombardismo non è quasi mai presente nella sua forma più “pura”: le vocali finali, per evitare smozzicamenti percepiti probabilmente dalla sensibilità dell’autore come barbareggianti, sono quasi sempre presenti (becho, spino, zanevrego ‘ginepro’, ecc.); e le poche eccezioni convivono in genere con le varianti “piene” (bruschon e bruschone ‘brusco, pungitopo’; fuston e fustone). L’unico tentativo in direzione opposta è rappresentato dalla forma apocopata dell’infinito (che è pur sempre nel complesso minoritaria rispetto alla forma “piena”): abregagnà (ma anche abregagnare) ‘pulire’, bandezà ‘bandire’, cignà ‘accennare’, consumà, desvoglià (ma anche desvogliare), guastà, solassà ‘salassare’, ecc.
 
 
 
 
Editore: Cinzia Pignatelli (Pignatelli 1998).
Codice: Landau 260 della Nazionale di Firenze. Il codice, quattrocentesco, è di 106 carte e contiene, oltre al glossario (alle carte 1-23r), le Regulae grammaticales di Francesco da Buti e altre note grammaticali incomplete. 
Autore: Domenico Bandini. 
Datazione: 1365-1414. Tenendo conto del fatto che il Bandini (nato nel 1335) iniziò la carriera di magister gramatice – dopo qualche anno di attività nel campo del diritto – nel 1365, è inverosimile che egli abbia messo mano al glossario del maestro Goro, di cui il suo costituisce un ampliamento, successivamente a quell’anno e prima del 1413 o 1414, anno in cui abbandonò l’insegnamento.
Volgare: rispetto a quello del maestro Goro, laretino di Domenico è più compromesso con il latino e con il fiorentino in ragione sia della sua maggiore cultura letteraria di matrice umanistica, sia della sua più lunga permanenza a Firenze. Tra le spie più evidenti risaltano, in direzione latineggiante, le grafie etimologiche di confecto, dilectevole, hora, lactuca, lecto, sexto, triumphare, victoria, ecc.; e, in direzione toscaneggiante, le forme dittongate lievito, mietere, siepe, sieroacciaiuolo, cuore, fuoco, paiuolo, suocera, tovagluolo e le forme anafonetiche ciglio, lingua, miglio, pugno, sugna. Fra i tratti caratteristici dell’aretino trecentesco si osservano e atona al posto di i in decembre, idropesia, pregione, scapeglare, ecc.; -ar- al posto di -er- in aquarello, capparone, giubbarello, macharone, zaffarano, zucharo, ecc.; il suffisso -ieri, tipico del toscano occidentale ma diffuso anticamente anche ad Arezzo: bichieri, destrierjforistierj, panieri, sparvieri, taglieri, ecc.
 
 
 
 
Editore: Augusto Marinoni (Marinoni 1955). 
Codice: IV, H, 14 della Biblioteca Centrale della Regione siciliana (ex Biblioteca Nazionale di Palermo). Il manoscritto, cartaceo, è del XV secolo. 
Autore: Angelo Senisio. 
Datazione: 1348. Sul foglio di guardia una mano secentesca ha annotato: «Vocabolarium quod Declarus vocatur, a Religiosissimo viro fratre Angelo de Senisio, primo Abbate Monasterii S. Martini de Scalis Panhormi compositum in Anno 1348». La stessa mano, alla c. 322v in cui termina l’opera, ha aggiunto: “Explicit vocabolarium, quod Declarus vocatur, a Reverentissimo Fratre Angelo de Senisio, Monasterii S.ti Martini de Scalis Panormi Primo Abbate, compositum, in Anno Domini 1348”. Le due iscrizioni ci forniscono quindi indicazioni precise sull’autore e la data di compilazione. Si badi, però, che l’unica copia esistente è frutto di una copiatura di circa un secolo posteriore alla compilazione: le usanze linguistiche dellamanuense avranno in qualche modo influito e condotto a un’alterazione del testo originale sulla cui entità è difficile formulare ipotesi che non siano malcerte.
Volgare: Marinoni ha estratto dal vocabolario latino del Senisio i numerosi volgarismi siciliani presenti, abbracciando criteri di scelta assai larghi che l’hanno portato a includere nell’elenco (1) i «vocaboli di forma nettamente volgare», (2) «i vocaboli accompagnati dalla formula “vulgo”, “vulgariter”, “vulgare”, anche se il vocabolo non è, secondo il [suo] giudizio, volgare» e (3) «i vocaboli volgari adattati con desinenza latina» (Marinoni 1955: XXXVIII): così, relativamente a quest’ultima casistica, sono raccolte voci come aczarus (allato a aczaru), abraczatus (e abraczatu), budellus (e budellu), buscherius, carpinterius, fustaynus, porfidus (e porfidu). Si arriva poi al caso limite di coxa, che non si esiterebbe a considerare pura forma latina se non fosse per la presenza dell’articolo (la coxa). Gli indicatori di sicilianità più evidenti riguardano il sistema vocalico atono (innumerevoli gli esempi: antrachi, astrechu, blanchettu, buchillatu, chinnari, curnachia, plachimentu, stanchicza, vinchimentu, ecc.) e il sistema vocalico tonico (alle voci già viste facenti al caso, si aggiungano chiuppu, gricischa, inbriachicza, maccharruni, picchiulu, virdischa, ecc.).
 
 
 
  
Editore: Cinzia Pignatelli (Pignatelli 1995).
Codice: Panciatichi 68 (ex 137) della Nazionale di Firenze. Il glossario di Goro occupa le cc. 1-14. Seguono le Regule parve magistri Gori.
Autore: Goro d’Arezzo. 
Datazione: metà del XIV secolo: il periodo in cui il grammatico Goro fu attivo ad Arezzo. Il rilievo di Pignatelli (1995: 275-276) che «la littera textualis rotunda [del manoscritto] esibisce la mano di un copista professionale toscano (fiorentino o della Toscana meridionale) che ha scritto il codice verosimilmente nel primo o secondo quarto del XIV secolo» autorizzerebbe a retrodatare di qualche anno la compilazione del glossario. 
Volgare: le specificità aretine trecentesche si fanno sentire in particolare con l’assenza di anafonesi: meglio ‘miglio’, gionco, gionta, onghia, ecc.; con e atona in luogo di i: ceresgio, crevellare, detello, genocchio, pelucchare, temone, ecc.; con la conservazione del nesso -ar-: capparone, cellaraio, masaricia, ecc.; con lo sviluppo -GL- > [-ggj-]: teghia.
 
 
 
 
Editore: Gianfranco Folena (Folena 1952).
Codice: Magliabechiano IV, 36 (Biblioteca Nazionale di Firenze): si tratta di una raccolta di pochi fogli volanti di mano del Dei. L’elenco di 167 vocaboli milanesi occupa le carte 5v-6r del manoscritto.
Autore: Benedetto Dei.
Datazione: 1485. Le tre colonne di ciascuna delle due carte occupate dal lessico recano la scritta “Milano 1485 Florentie 1485”.
Volgare: il Dei ha raccolto una serie di vocaboli milanesi con glossa fiorentina: emblema dellopposizione fra lidioma di Milano e quello di Firenze può essere considerato la glossa «anghuria è un chochomero». Del milanese si possono scorgere diverse avvisaglie: le vocali toniche turbate (sia in posizione finale sia in posizione interna), una volta stabilito che queste si incarnano nella pagina scritta con uo (più modernamente ö) e u (ü): chavigniuò ‘cavagno’, chaçuola ‘lucerna’, citruolo per il primo tipo, bruscha ‘granata, tipo di scopa’ e buseccha per il secondo tipo; -ARIO > [e:] finale, rappresentato da -ée: barbée ‘barbiere’, danée ‘danaro’, legniamée ‘legnaiolo’; palatale da -CT- e -TĪ: buracci ‘buratti’ e ticio tetto; dileguo di -T- intervocalica (con sonorizzazione intermedia): bissa schruara bissa scudellera (VMI), testuggineriondìn ‘regondin, redondin (Cherubini)’, testuggine’, scuella ‘scodella’ e la serie dei participi in -ao come inçuchao ‘lett.: inzuccato; intasato, infreddato’. Sul versante fiorentino, di rilievo sono gli idiomatismi lessicali botta ‘rospo’ e charderugio ‘calderugio’.
 
 
 
 
Editore: Giuseppe Gulino (Gulino 2000) ha estratto e poi raccolto in un unico volume tutto il materiale lessicale volgare delle prime tre edizioni del Vallilium di Nicola Valla. Nel nostro corpus è confluito soltanto il materiale relativo alla prima edizione del 1500 (terminus ad quem nella selezione delle fonti).
Copia a stampa: l’opera fu stampata a Firenze. Consta di 56 carte senza numerazione e senza nome di editore. La copia dell’edizione fiorentina su cui si è basato Gulino è conservata presso la Biblioteca Regionale di Palermo (collocaz.: Inc 974; un’altra copia della stessa edizione è posseduta dalla Biblioteca Comunale di Palermo).  
Autore: Nicola Valla di Agrigento.
Datazione: 1500.
Volgare: il volgare del Vallilium rivela un’accentuata mescidanza di fiorentino e siciliano; ciò si spiega una volta informati delle vicende biografiche del Valla, agrigentino di nascita e toscano (senese) d’elezione: proprio a Siena egli decise di attendere alla compilazione del suo vocabolario. Il censimento di Gulino (1996: 241 sgg.) ha messo in chiaro questa mescidanza, ravvisando tre componenti lessicali principali: voci puramente italiane (toscane): acquaio, adorare, agosto, alito, altare, amare, appropinquare, ecc.; voci siciliane: allamuchiuni ‘nascostamente, aruca ‘eruca’, aruta ‘ruta’, aurichia ‘orecchia’, babalucha ‘chiocciolina’, burnia ‘boccia’, burza ‘borsa’, ecc.; voci ibride, cioè italiano-sicilianizzate oppure siciliano-italianizzate: affabilimenti, agnone ‘angolo’, annectatore di denti, apone, bagactiere, battisimo, cannistro, custume, dumane, friddo, frisco, ginnaro, gisso. Vi è non di rado la doppia intestazione siciliana e italiana (con al primo posto, in genere, la voce siciliana): «achi sive apio», «agugla sive aco», «bachile sive baccino», «barbaroctu sive mento», «boffa sive gotata», «buffa sive bocta», «cardillo sive cardarino», ecc.; e rimandi da una voce siciliana alla corrispondente toscana e viceversa: «acquata vide vinazata», «allamuchiuni vide nascostamente», «animulu vide naspatoio», «appio vide achi», «arcolayo vide animulu», «argani vide rota di ligno», «bagactiere vide straictatore», «bambagia vide cuctune», ecc.
 

 

 

EditoreJitka Křesálková (Křesálková 1984).
CodicePal. lat. 1789 della Biblioteca Apostolica Vaticana. Il codice, cartaceo, è di 84 cc.: sono comprese, oltre al glossario quadrilingue (cc. 1-53), frasi latine e citazioni tratte da Cicerone, Terenzio e Ovidio (cc. 53v-58v), una poesia latina (58v-59r) e le Elegantiae ciceroniane volgari di Giorgio Valagussa (61r-83r) (cfr. Presa 1975, 166; Rossebastiano Bart 1984: 33 nota 28). Alla c. 84r è presente un elenco dei “filii Ottonis ducis” (con le date di nascita di ciascuno): «[s]i tratta dei figli del conte palatino Otto I di Mosbach (1390-1461)» (Křesálková 1984: iii).
Autoreanonimo. Il glossario appartiene alla famiglia delle fonti manoscritte della tradizione del vocabolario italiano-tedesco Introito e Porta (stampato nel 1477), noto a partire dalla seconda edizione (1479) con la denominazione di Solennissimo Vochabuolista (Rossebastiano Bart 1984: 25 sgg.). Il codice è appartenuto alla famiglia di Otto I di Mosbach (vd. sopra): le aggiunte ceca e latina dell’originale glossario bilingue italiano-tedesco sono forse del figlio Giovanni di Mosbach (Křesálková 1984: vi-vii).
Datazioneseconda metà del XV secolo (Giovanni di Mosbach nacque nel 1443 e morì nel 1486: Rossebastiano Bart 1984: 33 nota 28). L’originale da cui deriva, insieme con gli altri vari glossari italiano-tedeschi della stessa famiglia (vd. sopra), il nostro vocabularium quadrilingue risale probabilmente alla fine del Trecento (Křesálková 1984: vii).
Volgare: veneto, prevalentemente veronese (per i tratti linguistici, vd. Křesálková 1984: xxvii sgg.). Il tratto più caratteristico del veronese antico è la restituzione di -e atona caduta con -o (cfr. Tavoni 2004: 269): brevo, grando, sotilo, ecc.; nellantico veronese la v intervocalica tende al dileguo: nel glossario ci sono però numerosi esempi della sua conservazione (chavo capo, covertor, governa, ecc.).
La c palatale iniziale o dopo consonante si assibila nella sorda (il primo caso non è segnalato graficamente: cielo, celesto, ecc.; il secondo sì: dolze), mentre in posizione intervocalica diventa sonora (axerbo, oxelo, ecc.). La g palatale iniziale, intervocalica e dopo consonante diventa una sibilante rappresentata da z: zentilomini, mazorana, arzento, ecc. La sibilante palatale sorda è in genere assibilata e può essere rappresentata sia da ss che da s: cresser, lassar, simia, ecc.
Tratti genericamente settentrionali sono la caduta di -e finale (dopo l: mal, official, vuol, ecc.; dopo n: baston, dragon, pan, ecc.; dopo r: imperador, mazor, segnor, ecc.), la sonorizzazione delle sorde intervocaliche (amigo, fradelo, ledame, segondo, ecc.).